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Argentina chiama Italia

SPERIAMO TROVI OCCUPATO

Zone a Massima Crescita

LE ZONE FRANCHE URBANE NON FUNZIONANO

Le Tasse sulla Casa

UN SUICIDO ANNUNCIATO

Piano B per l'Italia. Paolo Savona insegna.

SI PUO' ESSERE SIA LIBERALI PRO EUROPEI CHE EUROSCETTICI?

venerdì 25 aprile 2014

Non può esistere moneta senza stato? L'Euro è un test fallito.

L'antico motto degli Stati Uniti d'America recitava : "E pluribus unum". La cui traduzione letterale è: "Da molti a uno". Il principio su cui si basano gli Stati Uniti d'America e che li fa stare assieme da secoli con la stessa moneta è proprio quello dell'unione. Gli stati che compongono la grande nazione americana sono molto diversi fra loro, sia per collocazione geografica, che per risorse naturali disponibili, che per specializzazioni dei loro sistemi economici. Eppure riescono a stare assieme, perchè sono una nazione, un unum. Con in più la possibilità dei singoli stati e le singole contee e città di fallire. Pensate se la Grecia avesse avuto questa possibilità, senza essere minacciata dalla Germania di essere espulsa dall'Euro. Ora non ci sarebbero 3.000 mila famiglie greche senza luce e 3 milioni di persone senza alcuna assistenza medica e senza la possibilità di acquistare medicine. Gli USA hanno un Presidente, una Costituzione, un esercito unico, un bilancio federale, un livello di tassazione federale, dei titoli di stato federali, un sistema previdenziale ed assistenziale federale, addirittura l'FBI e la CIA. Sono una nazione e quindi hanno una moneta.
In Europa il motto non c'è, ma se ci fosse sarebbe basato sul risanamento che ogni stato deve portare avanti senza alcun aiuto e soprattutto sulla sentenza teutonica: Redde creditori tuo (soddisfa i tuoi creditori), anche se non si può materialmente farlo. E' comodo unire gli attivi (la moneta) e lasciare le passività ai singoli stati, così si instaura una sorta di Far West economico dove sopravvive il più forte e gli altri vengono pian piano ridotti allo stremo. Ciò alla lunga, però non fa comodo a nessuno, lo vediamo dai tassi di crescita dei vari stati europei. Nei primi 6 posti in classifica per crescita del PIL, troviamo tutti stati che non adottano l'Euro come la Gran Bretagna, la Svezia, la Norvegia, la Polonia, l'Ungheria e l'Islanda, che battono la grande Germania che ha fatto le riforme e tutti i compiti a casa. Quanto siamo lontani da un sistema economico e politico che possa far resistere nel tempo la moneta unica? Non esiste una Costituzione europea che sostituisca le costituzioni nazionali, non esiste una politica estera comune, nè un esercito, non esiste un bilancio federale, non esistono dei titoli di stato europei, non esiste un livello fiscale europeo che sostituisca in tutto o in parte quelli nazionali, non esiste un sistema previdenziale e assistenziale comune, abbiamo ancora contratti collettivi nazionali che rendono totalmente disomogenei i salari da stato a stato. Non abbiamo nemmeno dotato la Banca Centrale Europea degli stessi strumenti che hanno le grandi banche delle altre nazioni, come la FED. Come possiamo pensare che ci sia uno stato europeo e quindi una moneta unica europea? Come al solito siamo partiti dalla fine e non siamo in grado di compiere una strada a ritroso. Siamo lontanissimi dagli stati Uniti d'Europa, forse siamo più vicini all'implosione dell'Euro a dispetto di chi dice che basti fare le riforme in questo o in quell'altro stato per risolvere magicamente tutti i problemi. Una grande riforma sarebbe creare le stesse condizioni di partenza per tutti i cittadini europei, dargli uno stesso sistema previdenziale ed uno stesso trattamento fiscale. Saremo mai E pluribus unum?

venerdì 7 febbraio 2014

Piano B per l'Italia. Si può essere contemporaneamente liberali pro europei ed euroscettici. Paolo Savona insegna.

Pubblichiamo una vecchia intervista del nostro maestro Paolo Savona, un economista di area liberale che da sempre ha posto dei seri dubbi sulla costruzione dello SME prima e dell'EURO dopo. Da anni parla inascoltato di Piano B per l'Italia. Il piano A può essere riassunto in un nostro articolo pubblicato qualche settimana fa dal titolo Gli Stati Uniti d'Europa. Il modello tedesco è il principale nemico dell'Euro. Il piano B è riportato in questa intervista:



Paolo Savona (Sette – giugno 2012)

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Parla con grande calma. E non alza la voce. Ma quel che dice fa paura. Paolo Savona, 75 anni, professore di Politica economica, ha uno di quei curricula sterminati in cui ci si perde per abbondanza di incarichi: ha diretto istituti di credito e centri studi, è stato ministro, dirigente della Banca d’Italia e presidente di Confindustria. Da un anno indossa la veste della Cassandra nazionale. Avverte: «Attenzione: urge un piano B». Di che cosa si tratta? Della drammatica necessità di prevedere un ritorno alla lira. Appena lo contatto gli faccio notare che su questa posizione si stanno appollaiando anche Beppe Grillo, Daniela Santanchè e l’ultrasinistra euroscettica. Domanda: che effetto le fa ritrovarsi a essere l’ideologo di questa brigata così multicolor? Replica: «Mi crea molto disagio. Io non vado a caccia di prebende o di voti».
Con George Soros, ex guru della finanza vorace, ora filantropo, che pronostica la fine dell’euro in tre mesi, con la Grecia in apnea e in attesa dei risultati delle prossime elezioni, con la Spagna che zoppica e con l’Italia che non si sente troppo bene, Savona chiede: «Vogliamo davvero restare al capezzale del continente masticando allegramente hot dogs?». Lui ha una certezza: «L’Europa come la conosciamo è un fallimento. Quindi occorre muoversi. In fretta».
Che cosa si potrebbe fare, subito, per evitare di dover tornare alla lira?
«Si dovrebbero riformare radicalmente le istituzioni europee. La Bce dovrebbe avere lo stesso mandato della Federal Reserve americana, con poteri di finanziamento degli Stati e di manovra sul cambio dell’euro. Questo anche per superare la situazione nonsense di un continente con una moneta unica ma debiti pubblici distinti. Poi si dovrebbe favorire una vera libera circolazione del lavoro per inseguire i capitali. E attuare politiche compensative, creare legislazioni comuni, soprattutto tributarie…».
Per evitare che ci siano tassazioni diverse tra Paesi europei?
«Anche. In un mercato unico non ha senso che ci siano sistemi di tassazione così diversi. Quando Mario Monti era Commissario europeo competente in materia, nell’impossibilità di raggiungere una standardizzazione dell’imposizione fiscale, sostenne che la competizione tributaria avrebbe ridotto la pressione fiscale. Non è accaduto».
I leader europei si stanno muovendo nella giusta direzione?
«No. Quello che sembra non essere chiaro è che l’attuale situazione non è figlia degli attacchi speculativi, della perversione delle agenzie di rating, dell’evasione fiscale o della corruzione. La causa principale è nei meccanismi sbagliati creati a Maastricht. Se si cambia radicalmente, l’Europa potrebbe rifiorire, ma senza i giusti interventi non si va avanti. In queste condizioni, se l’Italia resta nell’euro, finirà per scendere un gradino all’anno nel suo livello di benessere».
Un lento declino?
«Un impoverimento progressivo a cui gli italiani, conoscendoli, si adatterebbero inesorabilmente. Allora meglio uno shock».
Il ritorno alla lira?
«Esatto. Il recupero della sovranità e la possibilità di creare moneta ci permetterebbe di riprenderci in pochi anni».
Molti analisti sostengono che il ritorno alla lira innescherebbe assalti alle banche e fughe di capitali all’estero.
«Chi ci garantisce che non ci saranno comunque, restando nell’euro senza un paracadute solido? Bisogna fare i conti: temo che se questa architettura europea fatta di vincoli e pagelle trimestrali non cambia, restare nell’euro ci costerà di più che uscirne. I costi della permanenza in zona euro sono sotto gli occhi di tutti: caduta costante del Pil e dell’occupazione con conseguente degrado economico».
Facciamo due conti. Se si torna alla lira, quanto si svaluterà una abitazione che oggi vale 100.000 euro?
«I tentennamenti europei hanno già fatto svalutare gli asset reali del 15-20% e quelli finanziari del 30%».
La nuova moneta di quanto si svaluterebbe?
«Del 30% circa».
Cioè: chi oggi ha 100 si ritroverebbe con il corrispettivo di 70?
«Sì, ma non ho un modello econometrico per dirlo con certezza».
L’inflazione schizzerebbe.
«Potrebbe raggiungere il 18%-20%. L’abbiamo già sperimentata durante gli anni Settanta, dopo la crisi petrolifera. Poi passa».
La fa un po’ troppo facile.
«Assolutamente no. E, soprattutto, spero di sbagliarmi».
Lei ha detto che per un ritorno ordinato alla lira servirebbe un potente alleato internazionale.
«Per darci assistenza nella fase della caduta e aiutarci in quella del rilancio. Stati Uniti, Cina …. Ma non sono i soli alleati possibili».
Chi sarebbe più colpito da un ritorno alla lira?
«La Germania cadrebbe in crisi di competitività. I nostri esportatori ci guadagnerebbero. E ci perderebbero i consumatori. Ma una tantum, non anno dopo anno».
È vero che l’ex ministro dell’Economia Tremonti, nel luglio 2011, le ha rivelato di avere nel cassetto un piano per il ritorno alla lira?
«Sì. Ci sentimmo per telefono. Svelandomi l’esistenza di un piano B, Tremonti mi dimostrò di aver capito il pericolo a cui siamo esposti».
Anche Bankitalia secondo lei ha elaborato un piano di emergenza di questo tipo?
«Sono stato molti anni nel Servizio Studi di Bankitalia. Mi stupirei e mi preoccuperei se non lo avessero elaborato».
Il premier Monti…
«I problemi dell’euro e dell’Europa superano le possibilità del suo governo. Lui è una persona molto perbene che ha sbagliato politica».
Avrebbe potuto fare qualcosa di più?
«Monti ha toccato molte cose che andavano corrette. Ma sarebbe dovuto partire da un taglio della spesa indiscriminato del 2-3% e dalla cessione del patrimonio pubblico per circa 400 miliardi di euro. Il Parlamento avrebbe approvato come ha fatto per tasse e pensioni, ma la sua politica non sarebbe stata deflazionistica. Poteva affidare a Enrico Bondi il compito di gestire l’operazione straordinaria sul patrimonio, invece di impegnarlo su obiettivi marginali».
Un voto ai provvedimenti del governo Monti. L’Imu?
«Zero. Alla tassa sulla prima casa».
Sbaglio o lei è contro ogni forma di patrimoniale?
«Ho già definito la patrimoniale l’ultima delle eresie».
La riforma delle pensioni?
«7 per gli effetti a lungo termine. 3 per quelli immediati».
La riforma dell’articolo 18?
«Come per le pensioni: 7 e 3. Come Jean-Paul Fitoussi ritengo che tutti questi provvedimenti presi in un periodo di recessione possano rischiare di creare seri disordini sociali».
Di sicuro sta creando “disordini politici”. Grillo e pezzi del Pdl si ritrovano sulla stessa linea anti-euro. Berlusconi si fa venire “pazze idee”. Daniela Santanchè ha proposto un referendum sull’euro. Il referendum è lo strumento giusto per decidere se tornare alla lira?
«Il referendum potevamo farlo prima di entrare nell’euro e non lo abbiamo fatto. È giusto che il popolo sappia che cosa accade se resistiamo e, alternativamente, se ne usciamo. Deve scegliere e assumersi la responsabilità della scelta. Democrazia è anche diritto a sbagliare».
Col senno di poi, molti italiani rimpiangono la lira. Il potere di acquisto degli stipendi si è abbastanza ridotto.
«Molti esponenti delle élite cosiddette illuminate hanno sempre sostenuto che l’inflazione, causata dall’euro, era solo “percepita”. Avrebbero dovuto ascoltare un po’ di più i cittadini comuni».
Sfatiamo un mito: è vero o falso che avremmo potuto ottenere un cambio migliore lira/euro?
«Di sicuro avremmo dovuto prepararci meglio. Prodi e Ciampi accelerarono il processo perché ci credevano. Con onestà. Un altro caso di persone perbene che hanno sbagliato».
Qual è stato il vantaggio immediato dell’ingresso nell’euro?
«La riduzione del costo del debito pubblico e privato».
Lei era favorevole all’ingresso in zona euro?
«Ebbi grandi discussioni con il mio maestro Guido Carli: gli suggerivo di firmare. Ma anche di invocare, come fece il Regno Unito, la clausola dell’opting out, la possibilità di non aderire. Questa è storia…».
Mi racconta la sua infanzia?
«Sono nato a Cagliari. Mio padre era ufficiale di Marina e poi impiegato comunale. Mia madre era casalinga».
Lei che studi ha fatto?
«Il primo incontro con il liberalismo l’ho avuto grazie a un cugino. Poi è venuta la laurea in Economia e commercio, la specializzazione al MIT di Cambridge (Usa) e il “PhD” in Banca d’Italia».
A parte Carli, ha avuto altri maestri?
«Mario Figà Talamanca in Italia. Franco Modigliani e Karl Brunner negli Stati Uniti. Occorre avere maestri di idee diverse se si vuole crescere davvero».
Quando e come ha deciso che l’economia sarebbe stata la sua vita?
«Leggendo Luigi Einaudi, da giovane».
Il suo primo lavoro?
«Ho fatto il rappresentante di commercio per mantenermi gli studi. Poi ho vinto il concorso per entrare in Banca d’Italia».
Il primo stipendio?
«Poco più di 80 mila lire al mese, nel 1963-64. Lo spendevo interamente per l’affitto di una camera, a Roma».
Il miglior investimento della sua vita?
«Studiare».
Il peggiore?
«Rifiutare la direzione generale dell’economia a Bruxelles».
Oggi a un risparmiatore che cosa consiglierebbe di comprare: dollari o oro?
«Non ho la sfera di cristallo».
Il film preferito?
«Gli spaghetti-western di Sergio Leone».
Il libro?
«La Storia dell’analisi economica di Joseph A. Schumpeter».
La canzone?
«No potho reposare, cantata da Maria Carta».
Quanti sono gli articoli della Costituzione?
«E lei sa quanti semi ha una melagrana?».
No.
«La tradizione vuole che siano 613 quante le prescrizioni della Torah. Sapere che cosa c’è scritto nella Costituzione, basta e avanza».
Inserirebbe la parola “europea” nell’articolo 1 della Costituzione?
«Sì, volentieri. Ma solo se l’Europa divenisse quella che anch’io ho sognato».
Vittorio Zincone

sabato 1 febbraio 2014

Zone a Massima Crescita, le zone franche urbane non funzionano.


Premessa
Riteniamo che al centro di qualsiasi programma politico per la Sicilia non possa che esserci l’aspetto della crescita economica. Con una crescita sana, sostenibile e basata sul mercato si risolvono vari problemi, come quello del lavoro, dell’assistenzialismo e del clientelismo, si toglie manodopera alla mafia e si aumentano le entrate fiscali e quindi le risorse per la sanità, la cultura, la giustizia e in generale tutti i servizi destinati ai cittadini.
Un’area non è destinata alla crescita economica, ad attrarre capitali e investimenti se non sussistono le seguenti condizioni generali: fiscalità concorrenziale, legalità diffusa e percepita, certezza del diritto, capacità di credito, infrastrutture fisiche e tecnologiche, know how  finanziario, tecnologico e specialistico.
In questo momento non esiste una sola area in Sicilia cui daremmo la sufficienza per tutte le variabili sopraelencate.
Nel mondo, invece, ci sono molte aree con quelle caratteristiche e nel sistema concorrenziale globale siamo destinati a perdere risorse come un palloncino bucato. Fra cinque anni, inerzialmente, le variabili economiche tenderanno a peggiorare rispetto allo stato attuale, poiché siamo in una fase di declino sociale ed economico. E’ necessario dare risposte politiche ed economiche diverse rispetto a quelle date finora, soprattutto se si parla di autonomia e di sicilianità, a nostro parere più parole vuote e d’effetto che dense di progettazione.
Posto che non è possibile arrivare all’eccellenza per tutte le variabili competitive in tutta la Sicilia contemporaneamente e che esiste una legge approvata dal governo Prodi sulle zone franche urbane attivata in modo poco convinto dai governi successivi. Riteniamo che un piano strategico serio debba mettere al centro tale legge, che ha notevolissimi limiti e costruire sopra un’architettura finalizzata alla crescita economica. Il criterio del de minimis (benefici fiscali per massimo 200 mila euro in tre anni), costringe ad adottare questa facilitazione solo a piccole realtà, perciò per rilanciare la crescita e l'occupazione serve agire anche su tutte le altre variabili sopra indicate, in modo da attrarre anche aziende più grandi.

Zone a crescita massima
Le abbiamo chiamate così anche a fini evocativi. A nostro parere queste zone possono essere la chiave di volta per il rilancio della nostra isola.
Ci rifacciamo alla legge 27 Dicembre 2006 n.296 art.1 comma 340 e successivi. Questa legge prevedeva l’individuazione di varie zone svantaggiate in diverse città da parte del CIPE e l’esonero totale per le PMI (fatturato max. 50 milioni, non più di 250 dipendenti) per i primi 5 anni di tutti i contributi INAIL e INPS, l’IRPEF, Irap, Imu e in forma progressiva per i secondi 5 anni.
La legge aveva il vantaggio che era stata trattata anche con l’UE e non veniva vista come un aiuto di stato.
Purtroppo la Lega Nord e Tremonti hanno visto come fumo negli occhi questa legge e l’hanno depotenziata e rallentata nella sua applicazione rendendo i criteri sempre più restringenti tanto da individuare pochissime aree. Per fortuna, una delle poche decisioni in favore della crescita prese dal governo Monti, ha rilanciato tale opportunità e a Palermo son state individuate due zone. 
A nostro avviso, però non basta. Il governo regionale dovrebbe aprire una trattativa seria su questo argomento in modo da ottenere l’approvazione in tempi brevi di almeno due aree a provincia in tutta la Sicilia.
Tale trattativa dovrebbe anche prevedere l’impegno ad utilizzare i fondi nazionali, europei e regionali per indirizzarli a creare infrastrutture fisiche e tecnologiche per queste 18 aree a partire da quelle già individuate.
Ottenere il punteggio massimo in due variabili chiave potrebbe però ancora non bastare a raggiungere i nostri obiettivi.
Un aiuto ci potrebbe arrivare in tal senso da un’altra legge D.L. n78/2010 che istituisce le Zone a Burocrazia Zero che prevedono molti vantaggi sia dal punto di vista della creazione e del trasferimento delle aziende in quelle zone, sia dal punto di vista della gestione del contenzioso civile, attraverso l’istituzione di veri e propri collegi arbitrali che dirimeranno qualsiasi problema di velocità nell’applicazione del diritto.
Queste zone dovrebbero quindi essere oggetto di investimenti (privati) per quanto riguarda la banda larga magari con una spinta propositiva dei comuni interessati. 
La legge sulle Zone a burocrazia zero permette anche l’istituzione di uffici locali del governo che possono consentire accordi particolari in tema di sicurezza, con presidi delle forze dell’ordine potenziati e mirati all’eradicazione del fenomeno del “pizzo”.
Si potrebbe raggiungere l’eccellenza in 18 aree in Sicilia che favorirebbero la crescita dell’intera economia isolana, per poi spargersi a macchia d’olio come altri esperimenti similari ci insegnano in Francia, in Brasile, in Cina e in Irlanda.
Naturalmente compito della regione sarà anche quello di facilitare accordi con società di venture capital e di private equity (magari anche pensando a forme di investimento misto privato-regione con apporto regionale tramite immobili e/o contratti pluriennali di fornitura). Inoltre nelle zone a crescita massima si dovrà facilitare la nascita di banche, in particolare di credito cooperativo e settoriali, anche sfruttando i benefici fiscali propri dell’area. Apposite convenzioni e forme di garanzia regionali, anche tramite IRFIS contribuirebbero a ridurre la mancanza di credito trasformando il deleveraging in leva di crescita. Un'altra questione riguarda il marketing delle zone. Costituire delle zone a massima crescita e non propagandarle per tutto il mondo sarebbe un vero spreco. e' per questo che ci si dovrebbe attivare presso le camere di commercio internazionali e i consolati e le ambasciate italiane di tutto il mondo, per pubblicizzare i benefici economici, finanziari e burocratici delle imprese che si trasferiranno nelle zone a massima crescita.

di Alessandro Piergentili

lunedì 27 gennaio 2014

Argentina chiama Italia. Speriamo trovi occupato.

Mentre la "presidenta" dell'Argentina Kirchner se ne sta in vacanza a Cuba, ospite del regime cubano, l'Argentina sta affondando. Dall'inizio dell'anno il peso ha perso il 18% sul dollaro e ciò segue il meno 24% dell'anno scorso. Il tasso d'inflazione ufficiale è del 20%, ma le stime reali parlano di oltre il 30%. La spirale inflazionistica sembra accelerare e i banchi dei supermarket iniziano ad essere vuoti, poichè i negozianti non hanno abbastanza soldi per acquistare le merci a prezzi sempre più alti.
Il ministro dell'economia argentino non può far altro che prendersela con i cattivi speculatori che stanno vendendo pesos per acquistare dollari. Il mercato funziona così, si vende quello che conviene vendere e si acquista quello che conviene acquistare. Siamo tutti speculatori, anche quando andiamo a fare la spesa, o quando acquistiamo una casa o una macchina. Chi acquisirebbe una macchina rotta o al doppio del proprio valore? Nessuno. Siamo per questo tutti speculatori? No siamo semplicemente persone sane di mente. Detto questo veniamo al nostro paese, l'Italia. Abbiamo iniziato questo articolo con l'esempio argentino per comprendere come una certa cultura invasiva sia alquanto pericolosa. In Italia siamo pieni di trasmissioni televisive, di politici e di opinionisti che ogni giorno lanciano messaggi uguali a quelli del ministro del Tesoro argentino. L'economia, il mercato, la finanza hanno le loro regole, ma purtroppo l'ignoranza diffusa fa credere che si possa contravvenire a queste regole semplicemente col dirigismo. Basta una legge o un decreto per bypassare una regola economica. Prima o poi la si paga, ma tanto chi la paga non capirà perchè avviene tutto ciò. Quindi la demagogia e il populismo avanzano e l'economia arretra. Nessuno riflette, ad esempio, che i dieci paesi al mondo che hanno un reddito procapite più alto, hanno puntato tutti sulla finanza e sull'informatica. Noi in Italia stiamo ancora a ragionare di merci, di produzione industriale, etc. quando ciò comporta fare concorrenza ai salari cinesi e polacchi, quindi arretrare sempre più verso il baratro. La via della qualità richiederebbe investimenti massicci e un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese, burocrazia quasi inesistente, bassa tassazione, investimenti in ricerca e sviluppo detassati, tutta la filiera dell'istruzione, dalle elementari all'università che punti sulla meritocrazia e l'eccellenza. Insomma stiamo parlando di un altro paese, non certo dell'Italia. Quindi come possiamo parlare di puntare a vecchie ricette di stimolo per il settore industriale che , anche se messe in opera, fallirebbero miseramente? Basti pensare che negli Stati Uniti il peso percentuale del settore industriale sul PIL è inferiore al 20%. Agricoltura e industria, insieme arrivano al 24%. Il settore servizi (perlopiù finanza e informatica) pesa per il 76% dell'intera produzione americana.
Così è in tutti i paesi avanzati. Da noi, invece, va di moda demonizzare la finanza cattiva, gli speculatori, etc. Come in Argentina, appunto. La fine che ci aspetta è quella? Se non fossimo nell'Euro si, quindi speriamo di restarci il più possibile e che qualche politico illuminato faccia capire alla gente che per anni ha ricevuto messaggi populistici totalmente sbagliati che conducono verso la povertà. Che non è possibile continuare a guardare aziende come la Fiat che se ne vanno a Londra, dove pagheranno le imposte. Anche chi lavora nel settore pubblico dovrebbe iniziare a chiedersi come lo stato farà a pagargli lo stipendio, in futuro, se tutte le partite iva stanno scomparendo o scappando. Grillo l'ha detto chiaramente che punta alla decrescita felice (felice per chi?). Ci chiediamo quando il resto della classe dirigente farà outing.
di Alessandro Piergentili

venerdì 10 gennaio 2014

Le tasse sulla casa in Italia, un suicidio annunciato.

Sapete cosa ci fa arrabbiare di più? Dover riconoscere che Berlusconi ha fatto una cosa giusta. Ne ha fatta solo una e per propaganda, ma l'ha fatta. Togliere prima l'Ici e poi l'Imu. Sappiamo di andare controcorrente, ogni giorno ci dicono che è stata la scelta che ha costretto il governo a introdurre non so quante imposte su tutto lo scibile umano. Pedaggi autostradali, sigarette elettroniche, Iva, Accise, Trasi, Trise, Iuc e non so più cosa. Tutto questo per fronteggiare il venir meno di ben 8 miliardi di euro, praticamente l'1% della spesa pubblica. Se andiamo da qualsiasi manager d'azienda e gli diciamo che il prossimo anno il fatturato calerà dell'1%, non credo che griderà al fallimento, ma si limiterà a cercare di tagliare l'1% dei costi. I nostri politici non sono in grado e questo è fortemente preoccupante. 
Veniamo alle ragioni perchè noi siamo contrari tecnicamente alla tassazione sulla casa. A parte le questioni etiche che riguardano la tassazione di beni acquistati con redditi già tassati a monte a cui giustamente si risponde che in quasi tutte le nazioni avanzate esistono imposte sugli immobili e che comunque un'imposta patrimoniale può avere, in alcuni casi, una funzione redistributiva di stampo liberale (leggi Einaudi sull'argomento) concentriamoci sugli effetti che essa produce nell'economia del NOSTRO paese. Purtroppo quando si parla di altre nazioni si dimenticano le peculiarità dell'Italia. Ci si dimentica di come gli italiani, a differenza di altri abitanti di altre nazioni, abbiano investito gran parte dei propri risparmi negli immobili, che, insieme al debito pubblico, hanno costituito il bene rifugio per eccellenza. Tant'è che nessuna nazione avanzata ha un tasso di proprietà degli immobili così diffuso. Ben il 75% delle famiglie possiede almeno un immobile. E' noto a chi si occupa di mercati finanziari, un principio che invece sfugge alla maggior parte degli economisti e dei politici e cioè "l'effetto ricchezza". Come alla fine degli anni '90 mettevamo in guardia su un altro meccanismo tipico dei mercati, che avrebbe scatenato l'Euro e cioè quello del Fly To Quality (quindi la fuga di capitali e cervelli verso dove si sta meglio sotto un profilo rischio/rendimento) e che si è puntualmente verificato, oggi osserviamo che il crollo del mercato immobiliare renderà vano qualsiasi sforzo di qualsiasi governo per tornare sul sentiero della crescita. Si dice che bisogna commutare (con un meccanismo dirigistico e non di mercato) il patrimonio degli italiani, in risorse a disposizione della crescita. Trasformarlo quindi in spesa pubblica, o  in reddito a disposizione dei cittadini e delle imprese attraverso un'inferiore tassazione sul lavoro. I renziani e i montiani ci suggeriscono quindi questo scambio, ricchezza contro lavoro. A parte che sa un po' di ottocento questo scambio, ma come abbiamo già detto per la tassazione sulle rendite finanziarie, il gioco ne deve valere la candela. Se ogni anno il mercato immobiliare scende del 5/10% i possessori di immobili hanno perdite patrimoniali nell'ordine di 10, 15 anche 20 mila euro. Non basterebbe un aumento di 500 euro al mese nei redditi dei lavoratori (e già sappiamo che è impossibile)  per compensare tali perdite. Negli Stati Uniti, quello che per noi è la casa, lì son i mercati finanziari. Dalla pensione ai propri risparmi l'americano medio consuma in funzione degli andamenti borsistici. Lo chiamano "effetto ricchezza". La correlazione tra l'andamento della borsa e quello dei consumi è molto più alta che con i redditi personali. Praticamente gli americani consumano molto di più se si sentono più ricchi, rispetto a che se guadagnano di più. Come è la borsa per gli americani, così è l'immobile per l'italiano medio. Il crollo del mercato immobiliare ha accelerato la spirale recessiva e le tasse sulla casa sono state il de profundis. Per le caratteristiche dell'economia italiana si doveva agire al contrario. Gli immobili dovevano diventare un bene off shore. Dovevamo cercare di attirare anche gli investimenti esteri sul settore, per poi diversificare negli altri. Invece dall'inizio della crisi gli italiani hanno perso più del 30% della loro ricchezza immobiliare e c'è chi parla di ripresa, favoleggia di Jobs Act e chi più ne ha, più ne metta. L'unica via di uscita è togliere qualsiasi tassa, bollo, imposta sugli immobili. L'unica manovra economica e che sia coperta da tagli di spese correnti. Basterebbe questa singola manovra per far riprendere l'economia italiana. Non servirebbe altro.
di Alessandro Piergentili

mercoledì 1 gennaio 2014

Prima di chiedere il voto per i liberali, insegnare ad essere liberali

Le Feste mi hanno convinto che l'Italia non è pronta per votare un soggetto che si rifà al liberalismo, primo perchè questo soggetto ancora non c'è e non si intravede nemmeno all'orizzonte, nonostante dei nobili tentativi, secondo perchè accanto ad un'offerta quasi inesistente c'è un bisogno latente, ma ancora non percepito come tale e quindi non esiste l'humus culturale per far si che si possa dire che possa sorgere una domanda. Quindi l'unico modo di restituire una degna rappresentanza parlamentare al liberalismo italiano e quindi alla classe media, che è la maggioranza del paese, bisogna prima fare cultura. Il cristianesimo non esisteva, all'inizio eran solo 12 apostoli e poi divennero centinaia di milioni. Ci vogliono missionari del liberalismo che spieghino in ogni consesso cosa significa essere liberali e perchè l'Italia non può andare avanti in questo modo. Solo dopo aver sparso in ogni dove il seme del liberalismo, si potranno raccogliere i frutti del bosco liberale. La sera di capodanno ho iniazato una discussione con degli amici, che all'inizio erano su posizioni assai comuni, intrise di assistenzialismo inerziale, dovuto ad anni di bombardamento mediatico. Quando me ne sono andato non ce n'era uno che era d'accordo sull'intervento pubblico nella vita dei cittadini. E' facile, basta spiegare con calma e serenità la situazione e le ricette liberali per risolverne i problemi. Insegnare ad essere liberali, prima di chiedere il voto, anche se ci vorranno anni.

di Alessandro Piergentili
Coordinatore nazionale Base Liberale