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Argentina chiama Italia

SPERIAMO TROVI OCCUPATO

Zone a Massima Crescita

LE ZONE FRANCHE URBANE NON FUNZIONANO

Le Tasse sulla Casa

UN SUICIDO ANNUNCIATO

Piano B per l'Italia. Paolo Savona insegna.

SI PUO' ESSERE SIA LIBERALI PRO EUROPEI CHE EUROSCETTICI?

lunedì 27 gennaio 2014

Argentina chiama Italia. Speriamo trovi occupato.

Mentre la "presidenta" dell'Argentina Kirchner se ne sta in vacanza a Cuba, ospite del regime cubano, l'Argentina sta affondando. Dall'inizio dell'anno il peso ha perso il 18% sul dollaro e ciò segue il meno 24% dell'anno scorso. Il tasso d'inflazione ufficiale è del 20%, ma le stime reali parlano di oltre il 30%. La spirale inflazionistica sembra accelerare e i banchi dei supermarket iniziano ad essere vuoti, poichè i negozianti non hanno abbastanza soldi per acquistare le merci a prezzi sempre più alti.
Il ministro dell'economia argentino non può far altro che prendersela con i cattivi speculatori che stanno vendendo pesos per acquistare dollari. Il mercato funziona così, si vende quello che conviene vendere e si acquista quello che conviene acquistare. Siamo tutti speculatori, anche quando andiamo a fare la spesa, o quando acquistiamo una casa o una macchina. Chi acquisirebbe una macchina rotta o al doppio del proprio valore? Nessuno. Siamo per questo tutti speculatori? No siamo semplicemente persone sane di mente. Detto questo veniamo al nostro paese, l'Italia. Abbiamo iniziato questo articolo con l'esempio argentino per comprendere come una certa cultura invasiva sia alquanto pericolosa. In Italia siamo pieni di trasmissioni televisive, di politici e di opinionisti che ogni giorno lanciano messaggi uguali a quelli del ministro del Tesoro argentino. L'economia, il mercato, la finanza hanno le loro regole, ma purtroppo l'ignoranza diffusa fa credere che si possa contravvenire a queste regole semplicemente col dirigismo. Basta una legge o un decreto per bypassare una regola economica. Prima o poi la si paga, ma tanto chi la paga non capirà perchè avviene tutto ciò. Quindi la demagogia e il populismo avanzano e l'economia arretra. Nessuno riflette, ad esempio, che i dieci paesi al mondo che hanno un reddito procapite più alto, hanno puntato tutti sulla finanza e sull'informatica. Noi in Italia stiamo ancora a ragionare di merci, di produzione industriale, etc. quando ciò comporta fare concorrenza ai salari cinesi e polacchi, quindi arretrare sempre più verso il baratro. La via della qualità richiederebbe investimenti massicci e un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese, burocrazia quasi inesistente, bassa tassazione, investimenti in ricerca e sviluppo detassati, tutta la filiera dell'istruzione, dalle elementari all'università che punti sulla meritocrazia e l'eccellenza. Insomma stiamo parlando di un altro paese, non certo dell'Italia. Quindi come possiamo parlare di puntare a vecchie ricette di stimolo per il settore industriale che , anche se messe in opera, fallirebbero miseramente? Basti pensare che negli Stati Uniti il peso percentuale del settore industriale sul PIL è inferiore al 20%. Agricoltura e industria, insieme arrivano al 24%. Il settore servizi (perlopiù finanza e informatica) pesa per il 76% dell'intera produzione americana.
Così è in tutti i paesi avanzati. Da noi, invece, va di moda demonizzare la finanza cattiva, gli speculatori, etc. Come in Argentina, appunto. La fine che ci aspetta è quella? Se non fossimo nell'Euro si, quindi speriamo di restarci il più possibile e che qualche politico illuminato faccia capire alla gente che per anni ha ricevuto messaggi populistici totalmente sbagliati che conducono verso la povertà. Che non è possibile continuare a guardare aziende come la Fiat che se ne vanno a Londra, dove pagheranno le imposte. Anche chi lavora nel settore pubblico dovrebbe iniziare a chiedersi come lo stato farà a pagargli lo stipendio, in futuro, se tutte le partite iva stanno scomparendo o scappando. Grillo l'ha detto chiaramente che punta alla decrescita felice (felice per chi?). Ci chiediamo quando il resto della classe dirigente farà outing.
di Alessandro Piergentili

venerdì 10 gennaio 2014

Le tasse sulla casa in Italia, un suicidio annunciato.

Sapete cosa ci fa arrabbiare di più? Dover riconoscere che Berlusconi ha fatto una cosa giusta. Ne ha fatta solo una e per propaganda, ma l'ha fatta. Togliere prima l'Ici e poi l'Imu. Sappiamo di andare controcorrente, ogni giorno ci dicono che è stata la scelta che ha costretto il governo a introdurre non so quante imposte su tutto lo scibile umano. Pedaggi autostradali, sigarette elettroniche, Iva, Accise, Trasi, Trise, Iuc e non so più cosa. Tutto questo per fronteggiare il venir meno di ben 8 miliardi di euro, praticamente l'1% della spesa pubblica. Se andiamo da qualsiasi manager d'azienda e gli diciamo che il prossimo anno il fatturato calerà dell'1%, non credo che griderà al fallimento, ma si limiterà a cercare di tagliare l'1% dei costi. I nostri politici non sono in grado e questo è fortemente preoccupante. 
Veniamo alle ragioni perchè noi siamo contrari tecnicamente alla tassazione sulla casa. A parte le questioni etiche che riguardano la tassazione di beni acquistati con redditi già tassati a monte a cui giustamente si risponde che in quasi tutte le nazioni avanzate esistono imposte sugli immobili e che comunque un'imposta patrimoniale può avere, in alcuni casi, una funzione redistributiva di stampo liberale (leggi Einaudi sull'argomento) concentriamoci sugli effetti che essa produce nell'economia del NOSTRO paese. Purtroppo quando si parla di altre nazioni si dimenticano le peculiarità dell'Italia. Ci si dimentica di come gli italiani, a differenza di altri abitanti di altre nazioni, abbiano investito gran parte dei propri risparmi negli immobili, che, insieme al debito pubblico, hanno costituito il bene rifugio per eccellenza. Tant'è che nessuna nazione avanzata ha un tasso di proprietà degli immobili così diffuso. Ben il 75% delle famiglie possiede almeno un immobile. E' noto a chi si occupa di mercati finanziari, un principio che invece sfugge alla maggior parte degli economisti e dei politici e cioè "l'effetto ricchezza". Come alla fine degli anni '90 mettevamo in guardia su un altro meccanismo tipico dei mercati, che avrebbe scatenato l'Euro e cioè quello del Fly To Quality (quindi la fuga di capitali e cervelli verso dove si sta meglio sotto un profilo rischio/rendimento) e che si è puntualmente verificato, oggi osserviamo che il crollo del mercato immobiliare renderà vano qualsiasi sforzo di qualsiasi governo per tornare sul sentiero della crescita. Si dice che bisogna commutare (con un meccanismo dirigistico e non di mercato) il patrimonio degli italiani, in risorse a disposizione della crescita. Trasformarlo quindi in spesa pubblica, o  in reddito a disposizione dei cittadini e delle imprese attraverso un'inferiore tassazione sul lavoro. I renziani e i montiani ci suggeriscono quindi questo scambio, ricchezza contro lavoro. A parte che sa un po' di ottocento questo scambio, ma come abbiamo già detto per la tassazione sulle rendite finanziarie, il gioco ne deve valere la candela. Se ogni anno il mercato immobiliare scende del 5/10% i possessori di immobili hanno perdite patrimoniali nell'ordine di 10, 15 anche 20 mila euro. Non basterebbe un aumento di 500 euro al mese nei redditi dei lavoratori (e già sappiamo che è impossibile)  per compensare tali perdite. Negli Stati Uniti, quello che per noi è la casa, lì son i mercati finanziari. Dalla pensione ai propri risparmi l'americano medio consuma in funzione degli andamenti borsistici. Lo chiamano "effetto ricchezza". La correlazione tra l'andamento della borsa e quello dei consumi è molto più alta che con i redditi personali. Praticamente gli americani consumano molto di più se si sentono più ricchi, rispetto a che se guadagnano di più. Come è la borsa per gli americani, così è l'immobile per l'italiano medio. Il crollo del mercato immobiliare ha accelerato la spirale recessiva e le tasse sulla casa sono state il de profundis. Per le caratteristiche dell'economia italiana si doveva agire al contrario. Gli immobili dovevano diventare un bene off shore. Dovevamo cercare di attirare anche gli investimenti esteri sul settore, per poi diversificare negli altri. Invece dall'inizio della crisi gli italiani hanno perso più del 30% della loro ricchezza immobiliare e c'è chi parla di ripresa, favoleggia di Jobs Act e chi più ne ha, più ne metta. L'unica via di uscita è togliere qualsiasi tassa, bollo, imposta sugli immobili. L'unica manovra economica e che sia coperta da tagli di spese correnti. Basterebbe questa singola manovra per far riprendere l'economia italiana. Non servirebbe altro.
di Alessandro Piergentili

mercoledì 1 gennaio 2014

Prima di chiedere il voto per i liberali, insegnare ad essere liberali

Le Feste mi hanno convinto che l'Italia non è pronta per votare un soggetto che si rifà al liberalismo, primo perchè questo soggetto ancora non c'è e non si intravede nemmeno all'orizzonte, nonostante dei nobili tentativi, secondo perchè accanto ad un'offerta quasi inesistente c'è un bisogno latente, ma ancora non percepito come tale e quindi non esiste l'humus culturale per far si che si possa dire che possa sorgere una domanda. Quindi l'unico modo di restituire una degna rappresentanza parlamentare al liberalismo italiano e quindi alla classe media, che è la maggioranza del paese, bisogna prima fare cultura. Il cristianesimo non esisteva, all'inizio eran solo 12 apostoli e poi divennero centinaia di milioni. Ci vogliono missionari del liberalismo che spieghino in ogni consesso cosa significa essere liberali e perchè l'Italia non può andare avanti in questo modo. Solo dopo aver sparso in ogni dove il seme del liberalismo, si potranno raccogliere i frutti del bosco liberale. La sera di capodanno ho iniazato una discussione con degli amici, che all'inizio erano su posizioni assai comuni, intrise di assistenzialismo inerziale, dovuto ad anni di bombardamento mediatico. Quando me ne sono andato non ce n'era uno che era d'accordo sull'intervento pubblico nella vita dei cittadini. E' facile, basta spiegare con calma e serenità la situazione e le ricette liberali per risolverne i problemi. Insegnare ad essere liberali, prima di chiedere il voto, anche se ci vorranno anni.

di Alessandro Piergentili
Coordinatore nazionale Base Liberale