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SI PUO' ESSERE SIA LIBERALI PRO EUROPEI CHE EUROSCETTICI?

martedì 31 dicembre 2013

Buon Anno da Base Liberale e da Liberaldemocratia!!!


lunedì 30 dicembre 2013

Repubblica, 30 dicembre 2013: "La sindrome della proroga"


La sindrome della proroga

Pensavamo ormai di aver visto tutto con il pietoso balletto dell'IMU e delle sue cuginette TASI, TARES e IUC. Un groviglio apparentemente inestricabile, scaturito dalla promessa elettorale di Berlusconi di abrogare l'IMU sulla prima casa e che non si é ancora risolto a causa della mancanza di copertura dello sgravio fiscale. L'impressione più netta oggi é che il governo sia nel caos, cambi posizione almeno ogni settimana e che invece di tagliare la spesa coprirà con nuove tasse l'ammanco derivante dai minori introiti.
Chi scrive non é un fan dell'abolizione della tassa sulla prima abitazione: ritengo infatti che fosse più urgente abbassare drasticamente l'IRAP e l'Irpef, manovra che avrebbe avuto effetti più espansivi. Una volta che per ragioni eminentemente politiche é stato deciso il taglio dell'IMU, però, non bisognava attuarlo in modo da creare sconcerto nei cittadini.
Tuttavia, non avevamo visto tutto. Nella manovra "Milleproroghe" (come la tradurranno per la stampa internazionale? "The one thousand adjournments decree"? Speriamo che a Capodanno nessuno si interessi di noi...) sono state inserite altre due norme sugli immobili di cui si é molto parlato: il recesso dagli "affitti d'oro" e la proroga degli sfratti sino al 30 giugno 2014 per magioni adibite ad abitazione nei confronti di conduttori con un reddito annuo lordo familiare inferiore a 21.000 euro, residenti nei capoluoghi di provincia, nei comuni limitrofi con oltre 10.000 abitanti e nei comuni ad alta tensione abitativa e che siano o abbiano nel proprio nucleo familiare figli fiscalmente a carico, persone ultra-sessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%, purché non siano in possesso di un’altra abitazione adeguata al nucleo familiare nella regione di residenza.
Gli affitti d'oro sono un classico caso di malcostume italiano: la pubblica amministrazione infatti concede a ciascun suo dipendente una media di 50 mq di spazio contro una media europea di 20 mq. Spende inoltre 1,2 miliardi di euro in affitti quando contemporaneamente ha un'enorme quantità di immobili propri inutilizzati, sottoutilizzati e che a volte versano in stato di degrado. Camera e Senato, in particolare, affittano tre palazzi assai costosi e la società immobiliare proprietaria degli stessi é stata scelta senza nemmeno una procedura d'asta.
Ebbene, preceduta da una simile disposizione già presente nel decreto Salva-Italia del governo Monti, la novella legislativa concede entro il 30 giugno 2014 la facoltà di recedere dai contratti di locazione di immobili da parte delle Pa e di regioni, enti locali e organi costituzionali nonostante qualsiasi clausola contraria contenuta nei contratti di locazione. Il termine di preavviso per esercitare il diritto di recesso è di 180 giorni.
Si tratta di un'aberrazione giuridica per vari motivi. Prima di tutto lo Stato, moderno Principe legibus solutus, rimedia all'incapacità, o peggio, dei suoi funzionari di gestire la cosa pubblica stravolgendo il fondamentale principio della certezza del diritto. Recedo quando pare a me perché io so' io (e chi ha visto il Marchese del Grillo sa come finisce la frase...). Mettetevi nei panni di un investitore o di un fornitore, nostrano e soprattutto estero: con quale tranquillità si può negoziare con un governo che, vittima dei suoi stessi errori, stravolge le regole? Chi affitterà più qualcosa alla pubblica amministrazione a meno che non sia protetto politicamente e quindi al di fuori della logica di mercato?
D'altronde, sono proprio curioso di vedere in sei mesi di tempo cosa saranno capaci di fare quegli stessi tecnici che prima avevano concluso i contratti: recedere? Per andare dove? Avranno già individuato altri immobili convenienti? E i costi di trasloco, diretti ed indiretti (consistenti nella perdita di tempo e qualità del servizio)? Auguri.
La proroga degli sfratti è in linea di principio un altro colpo di maglio alla certezza del diritto. Non solo, come confermano decine di studi, l'intervento del legislatore nel mercato degli affitti ha sempre portato ad una riduzione delle case a disposizione e alla creazione di mercati paralleli e spesso in nero. Basti pensare ad alcuni dati relativi agli anni del famigerato "equo canone", in vigore dal 1978 al 1992, quando vennero introdotti i "patti in deroga". Nel 1971 le case in affitto erano 6.768 mila, nel 1991, nonostante l'aumento della popolazione, erano passate a 4.999mila. Dal 1981 al 1991, secondo i dati del censimento ISTAT le case sfitte passarono da 4,4 milioni a 5,3 milioni.
I più svantaggiati sono esattamente gli strati bassi e medio-bassi della popolazione perché i proprietari, con il timore di non rientrare più in possesso dei loro appartamenti per la lentezza dei procedimenti di sfratto e le proroghe governative, li venderanno o li affitteranno solo a benestanti o li terranno vuoti. E come ennesima beffa, pur essendo il Milleproroghe un esempio di goffaggine giuridica che manda segnali negativi al mercato, secondo alcuni calcoli si applicherà solo a un migliaio di famiglie, lasciando completamente irrisolti i problemi della stragrande maggioranza di chi un'abitazione non ce l'ha o sta per perderla.
"Casa dolce casa" potrebbe essere il motto di questo governo, impegnato peraltro ad evitare soprattutto uno sfratto: il suo.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola

I 3 dati sul disastro Italia...., poi la colpa è della Merkel

Oggi, oltre ai consueti dati sugli sprechi vediamo se almeno lo stato fa il suo dovere fornendo dei servizi pubblici adeguati.
Su 27 paesi europei l'Italia è al ventunesimo posto per le spese per l'istruzione dei nostri figli. Spende  il 4,43% del PIL contro l'8,28% della Danimarca o il 5,65% della Francia. Il paese della cultura non investe sul proprio futuro. Sarà per questo che i nostri studenti hanno competenze matematiche di molto al di sotto della media dei paesi OCSE (punteggi indagine Pisa-programme for international student assessment) 483 contro 500. in Sicilia la situazione è drammatica, nella valutazione sulla preparazione scientifica che confronta i quindicenni di tutto il Mondo, in una scala decrescente da 6 (i più bravi) a 1 (conoscenze scientifiche tanto limitate da poter essere applicate solo in poche situazioni "familiari") i ragazzi siciliani collocati sul gradino più basso o perfino al di sotto erano il 42%. Il doppio della media Ocse, il quadruplo dei coetanei dell'Azerbaigian. Del resto a forza di baronie, Parentopoli e concorsi truccati cosa ci si può aspettare? Quando ci sarebbe da spendere per dare dei servizi ai cittadini il nostro stato spende poco e male. Poi la colpa è della Germania?

domenica 29 dicembre 2013

Tre dati al giorno sul Titanic Italia..., poi la colpa è della Merkel?

Continua oggi la saga del Titanic Italia. Pubblichiamo tre dati al giorno con cui fotografiamo la situazione dell'Italia e del perchè è così malata.
Alla Regione Sicilia lavorano 1.793 dirigenti, David Cameron si è appena lamentato che a Downing Street (sede del governo britannico) ci son troppi dirigenti, ce ne sono ben 198. Ma anche nell'efficiente Lombardia non si scherza visto che si spendono 75.000 euro l'anno per osservare gli scoiattoli, niente in confronto dei quasi 20 milioni di euro l'anno per le auto blu, contro gli 8 milioni di euro che spende la Gran Bretagna (avete capito bene, l'intera nazione britannica spende quasi un terzo rispetto la sola regione lombarda).
Però la colpa è della Germania.

sabato 28 dicembre 2013

Da oggi dati sul Titanic Italia,....




Negli Stati Uniti c'è un dipendente pubblico ogni 105 abitanti, a Roma ce n'è uno ogni 42 abitanti. In Canada ci sono 4.000 forestali, in Sicilia ce ne sono 26.000. Alla Crias (l'Istituto per il credito alle imprese artigiane siciliane, nato nel 1954) ci sono 87 dipendenti di cui 55 sono dirigenti. In tre dati il disastro italiano. 
A domani per nuovi dati sul Titanic Italia.

venerdì 27 dicembre 2013

COMUNICATO BASE LIBERALE, NESSUN ACCORDO CON ALI

Base Liberale rende noto di non aver raggiunto alcun accordo con l'associazione ALI, nonostante l'impegno dei suoi membri e la completa apertura a qualsiasi soluzione che comportasse l'unificazione dei due progetti. Purtroppo in data odierna elementi inconfutabili hanno provato l'impossibilità di mantenere un rapporto di fiducia tra i due soggetti politici, visto che il gentleman agreement per qualcuno è ancora un muro invalicabile nei rapporti umani. Evidentemente gli aderenti e i vertici di Base Liberale vivono in un mondo dei sogni e la parola e gli accordi son carta straccia nella realtà. Se ne prende atto e si tira avanti. Naturalmente le cariche contentino di referenti locali ottenute dal coordinatore nazionale Alessandro Piergentili e da uno dei fondatori del movimento, Salvatore Cristaldi verranno lasciate all'istante, il tempo di scrivere un'adeguata lettera di dimissioni.
Base Liberale Italia

martedì 24 dicembre 2013

Tanti Auguri da Liberaldemocratia


lunedì 23 dicembre 2013

Ora un cambio di passo del Governo. Nè galleggiare nè distruggere ma rif...

Gli Stati Uniti d'Europa. Il modello tedesco è il principale nemico dell'Euro.

di Alessandro Piergentili

I fanatici dell'austerity hanno le loro ragioni. E' chiaro che le colpe di molte classi dirigenti dei diversi paesi del Sud Europa hanno contribuito a rendere le loro nazioni poco competitive, indebitate e spendaccione. Ora le popolazioni la pagano cara, mentre la Germania dall'alto della sua efficienza può permettersi di attirare capitali e cervelli dando in cambio un'area economica stabile, con servizi pubblici offerti in linea con la pressione fiscale in vigore. Le altre aree pagano più o meno dazio vedendo sempre più prosciugati i propri flussi finanziari ed economici e rincorrendo pareggi di bilancio sempre più sofferti. In tutto questo anche il settore bancario non può permettersi di mantenere gli stessi livelli di impieghi in un'area europea sempre più rischiosa, che ad eccezione della Germania non solo non riesce a crescere, ma è in pieno collasso finanziario, prima che economico. Cose già viste nell'America degli anni '30, dove il credit crunch unito all'austerity dei paesi Occidentali provocò la Grande Depressione. Due differenze. A quei tempi gli Stati Uniti non erano affatto indebitati e la spesa pubblica rappresentava il 10% del PIL. La politica monetaria non era ancora vista in chiave economicamente espansiva e veniva utilizzata solo per il controllo dell'inflazione. Detto questo dobbiamo ringraziare la Federal Reserve americana e la Bank of Japan che grazie alle loro politiche espansive hanno indirettamente tenuto in vita il malato cronico: l'Euro. Anche Mario Draghi ha fatto quello che i limiti statutari della BCE, imposti dalla Germania, gli hanno permesso di fare. L'acquisto di titoli di stato di paesi in difficoltà attraverso protocolli meno rigidi , il prestito triennale all'1% al sistema bancario europeo (espressi con sigle che ai più non dicono niente come OMT o LTRO) hanno contribuito a ridurre i rischi nella detenzione di titoli di stato dei paesi periferici riducendo gli spread e quindi, in prospettiva, il costo del debito pubblico. Tutto ciò però non serve a far crescere le economie e la spirale recessiva è molto più influente della riduzione immediata del costo degli interessi. Per arrivare al pareggio di bilancio forzoso non c'è che una scelta tra la riduzione della spesa pubblica a parità di pressione fiscale, oppure l'aumento delle imposte a parità di spesa. Era chiaro che paesi con un'impostazione prettamente statalistica, dirigistica e ultrakeynesiana non potevano che scegliere la seconda via, con effetti distorsivi anche sulla struttura economica del paese, riducendo fortemente il peso della componente privatistica nell'economia e mettendo in forse anche i diritti più elementari dell'individuo di fronte alle necessità di incassi tributari. Non abbiamo una Costituzione americana e si vede. Non abbiamo nemmeno regole economiche similari a quelle statunitensi. Ricordiamo che gli USA prosperano da secoli mantenendo insieme culture e stati profondamenti diversi. Un petroliere texano e un operaio di un'industria manifatturiera dell'Ohio non solo vivono in situazioni climatiche profondamente diverse, ma hanno esigenze completamente differenti. Eppure hanno una concezione similare delle istituzioni e dello stato, cosa che qui in Europa non potrebbe mai accadere, fra un imprenditore tedesco e un dirigente pubblico siciliano. Cos'è che rende opposte le due situazioni? Iniziamo a studiarlo e prendiamo gli USA come nostro benchmark di riferimento per le prossime riforme europee che ci verranno in mente. La politica può essere ideale o pragmatica. Il modello di coesione americano potrebbe soddisfare entrambe le posizioni, rendendo inutili sia le pulsioni demagogiche antieuropeiste che le motivazioni odiose dei seguaci dell'austerity. Una BCE con lo stesso statuto e la stessa mission della Fed, un debito federale europeo come per i Treasury bonds americani, due livelli di tassazione, uno federale e uno statale che insieme non superino una determinata pressione fiscale in tutta l'area e una costituzione europea che privilegi l'individuo e la proprietà privata anche di fronte all'invasione statale, potrebbe rifar diventare l'Europa la culla della civiltà e combattere il declino. Puntiamo decisamente agli Stati Uniti d'Europa.

Alessandro Dagnino: Sanità, se il pubblico costa come il privato. Il Censis scoperchia il vaso di Pandora

da Omnia Magazine di Valentina Beli

Una Sanità pubblica che costa al cittadino come quella privata. Nonostante il settore benefici del 30% delle risorse statali, -contro l’1,1% della cultura, tanto per avere un’idea- il costo dei ticket è in costante crescita. Gli ultimi dati del Censis parlano chiaro: la quota di spesa coperta dal Ssn è passata dal 65,9% del 2008 al 61% del 2012. La sensazione diffusa tra i cittadini -come registra l’Istituto di ricerca stesso- è che le lunghe liste di attesa e i disservizi siano propri della Sanità pubblica, ma che i costi siano quelli di un sistema privato. Per navigare tra i dati diffusi dal 47° rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese in relazione al welfare, Omniamagazine si è rivolta al professore universitario di Diritto tributario Alessandro Dagnino.



Lunghe liste di attesa
Sanità, gli italiani preferiscono il provato“Partirei da un dato non trascurabile: il sistema sanitario italiano si colloca su una fascia medio alta di qualità. Contrariamente a quanto si possa pensare, facendo il parallelo con il modello privato targato Usa, emerge che negli Stati Uniti, se si escludono le strutture di eccellenza altamente qualificate, il livello medio della qualità del servizio è più basso rispetto al nostro Paese. Sotto il profilo qualità dunque non siamo affatto tra i peggiori, anzi. Tuttavia, sebbene il nostro sistema sia basato sul finanziamento pubblico, la quota dei ticket -come sottolineato dal Censis- è in crescita. La forte pressione fiscale sostenuta dagli italiani dunque non sembra essere sufficiente per garantire un servizio totalmente gratuito e sempre più di frequente l’italiano si affida al privato. Anche in campo sanitario, pertanto, come in altri settori della Pubblica amministrazione, deve registrarsi un notevole assorbimento di risorse finanziarie pubbliche da parte dell’apparato”.
Allora come invertire la rotta?
Ottimizzando le risorse: dal momento che alla prestazione del servizio corrispondono costi sempre maggiori, occorre un’adeguata spending review che corregga le sacche di spreco. Io mi sono sempre chiesto, ad esempio, se il meccanismo dei Drg applicato alla Sanità, mutuato dal modello americano, che è certamente utile a scopi di controllo della spesa, induca però a risparmi effettivi.
Drg, ecco cos’èil sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura, secondo il quale gli interventi vengono retribuiti non più «a piè di lista», cioè in base alle giornate di degenza, ma «a prestazione» in base ad una stima predefinita del costo.
Le strutture sanitarie attraverso questo metodo cercano di fatturare sempre di più, ma attenzione: collegare il conseguimento degli obiettivi all’aumento del fatturato, potrebbe comportare, alla lunga, un aumento del costo delle strutture. Il sistema del drg pare, allora, più adeguato a un modello privatistico come quello americano rispetto al modello pubblico. Credo che questo meccanismo andrebbe ulteriormente perfezionato. Quanto alla riduzione degli sprechi, passi avanti sono stati fatti con le aziende sanitarie provinciali attraverso l’accorpamento delle varie strutture decentrate garantendo in questo modo dei risparmi. Ma ancora c’è molto da lavorare, in primis sul controllo della spesa.
Telemedicina, alla Sanità potrebbe far risparmiare 14 miliardi di euro
Telemedicina, alla Sanità potrebbe far risparmiare 14 miliardi di euro
Cronicità, come andare incontro a chi ha delle patologie senza cura risolutiva, frequenti soprattutto tra gli anziani?
Assistenza è la parola chiave. Il Servizio sanitario nazionale non può fare altro che prendere atto dell’aumento dell’età media: gli italiani fanno sempre meno figli e hanno una sempre più lunga aspettativa di vita. Il sistema italiano vede nella famiglia la risorsa più grande, delegando ad essa le risposte ad una molteplicità di bisogni sociali. Sono tuttavia assolutamente perfettibili le politiche relative all’accompagnamento e agli altri servizi integrativi, che richiedono tempi giurassici e procedure spesso incompatibili con le esigenze dei diretti interessati.
Liberi di curarsi in tutta Europa. Che ne pensa?
E’ una scelta che va assecondata e condivisa, tuttavia non c’è un’adeguata integrazione dei bilanci di tutti i Paesi membri. Ancora una volta la Comunità europea va verso la direzione di unificare i mercati, senza che questo corrisponda ad un avanzamento dell’integrazione politica.
Expo 2015, una vera occasione per il Paese?
Il punto è sapere cogliere le opportunità. Le grandi polemiche che finora hanno accompagnato l’organizzazione dell’evento non promettono bene, ma voglio essere fiducioso. Mi auguro che, come spesso avviene in Italia, nel momento in cui si avvicina all’obiettivo gli italiani siano bravi ad organizzare in un tempo condensato quello che  avrebbero dovuto fare in uno spazio temporale molto più ampio.

I liberali, le Europee e il fattore Renzi. Parla il liberista De Nicola

da Formiche.net di Bruno Guarini

Renzi, Monti, Bonino e le anime non solo in pena di liberali e liberisti che studiano il nuovo segretario del Pd e scrutano l'orizzonte europeo. Conversazione con Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society e co-fondatore di Italia Aperta e Fare, avvocato liberista promotore di recente di Ali che alle Elezioni europee punterà su idee e nomi che svela a Formiche.net...
“Il Napoli ha un grande attacco, ma la difesa dell’Inter gli ha reso le cose ancor più facili, giusto?” Ricorre a una metafora calcistica Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society e co-fondatore di Italia Aperta e Fare, da ultimo promotore di Ali (Alleanza liberal-democratica) per parlare del rischio che i liberali corrono con Matteo Renzi. Le idee del nuovo segretario del Pd possono conquistare l’elettorato che vuole rappresentare Ali o Fare, come ha sottolineato Lorenzo Castellani su Formiche.net. Per questo occorre correre ai ripari. Ecco pregi e difetti della Renzinomics spiegati dall’avvocato liberista blogger di “Das Kapital” sull’Espresso.
Il Renzi segretario del Pd è lo stesso Renzi candidato alle precedenti primarie? O l’ultimo Renzi è meno liberale e riformatore e più civatiano e di sinistra?
L’impressione è che abbia un po’ annacquato la parte liberale durante le primarie. Però il momento importante è “adesso!”, per riprendere il suo vecchio slogan. Ora è segretario e non può né impappinarsi né far sì che i renziani sparino parole o proposte di legge in libertà. Ne va della sua credibilità. Se il suo responsabile economico Filippo Taddei comincia a farfugliare cose non molto comprensibili su patrimoniali, Alitalia e Telecom non gli fa un favore.
Come valuta le proposte in materia di lavoro che traspaiono dalle idee di Gutgeld come ad esempio il contratto di inserimento senza la tutela dell’articolo 18? Carlo Stagnaro è quasi tentato di votare Renzi se questa proposta non fosse solo una proposta, ha scritto su Twitter…
Qualsiasi cosa migliori la flessibilità del mercato del lavoro è la benvenuta. Anche qui si ha l’impressione di assistere a segnali di fumo. Però siccome la priorità è l’occupazione, non dovremo aspettare tanto per vedere cosa propone concretamente Renzi. Il mio consiglio è di richiedere consiglio a Pietro Ichino, il quale, a sua volta, libero dalle pastoie Pd, si è ulteriormente “liberalizzato”, per così dire. La mia preferenza sarebbe tornare all’impostazione originaria del Codice Civile che forniva poche e chiare norme generali sul contratto di lavoro, lasciando il resto alla libera contrattazione tra le parti. A Carlo piace scherzare, comunque.
Non pensa che comunque Renzi, pur alla testa del Pd, possa calamitare simpatie e consensi di un elettorato liberale e liberista come quello che vogliono rappresentare Ali o Fare?
Come al solito le partite dipendono da quanto è forte la squadra avversaria ma anche dal tuo gioco. Il Napoli ha un grande attacco, ma la difesa dell’Inter gli ha reso le cose ancor più facili, giusto? Se la variegata area liberale non riesce a venire fuori con proposte credibili, che colpiscano l’immaginazione, portate avanti da persone competenti e comunicative, beh non ci si può lamentare se poi Renzi attira l’attenzione di una fascia di elettorato non ideologizzato ma che vuole modernizzare l’Italia.
Anche se non ha ruoli operativi in Ali, che comunque ha contribuito a promuovere, pensa che ci sarà una lista liberale che si richiami all’Alde alle Europee?
Penso sia probabile, ma dal mio punto di vista di cittadino, mi interessano più i contenuti. Io vorrei una lista che affermi l’idea che l’Europa sia innanzitutto un grande spazio di libertà, dove merci, idee, persone, capitali circolino liberamente e in sana concorrenza. Dove la burocrazia europea non si sostituisca per intrusività e inefficienza a quelle nazionali. Un’Europa saldamente atlantica e che aumenti la democraticità delle sue istituzioni. Una lista decisamente europeista e a favore dell’euro ma che dica chiaro che il proprio scopo è aumentare la libertà e il benessere dei cittadini.
E chi sarà il leader, o l’uomo simbolo, della lista liberale Ali? Si parla di Enrico Zanetti, vero? Noi abbiamo scritto anche di una possibile intesa fra Monti e Bonino. Che ne pensa?
Non sono un grande esperto della materia né son coinvolto nelle scelte… Posso dire, visto che lo ha citato, che ho molta simpatia per Enrico Zanetti e insieme a lui sto lavorando ad una cosina simpatica che magari presenteremo anche su Formiche. Ma tra coloro che gravitano intorno all’iniziativa Scelta Civica-Ali (ricordo che Ali non è un partito ma cerca di aggregare le forze liberal-democratiche), cui spero che presto concorra anche Fare, conosco personalmente e stimo molti 40-50enni bravi come – in ordine alfabetico! – Calenda, Della Vedova, Giannini, Musso, Romano. Stefania Giannini può avere un ottimo impatto dal punto di vista anche della comunicazione. Giovani donne assai valide in quest’area sono ovviamente Silvia Enrico e Irene Tinagli. E naturalmente non dimentico Pietro Ichino, giovane di spirito.
Monti e Bonino sono persone competenti e perbene, due ex-commissari Ue molto stimati in Europa. Il primo risente però da ex premier dell’insuccesso dei suoi sforzi di liberalizzazione dell’economia e del mercato del lavoro nonché del ricorso esagerato all’imposizione fiscale e della timidezza sul versante dei tagli alla spesa pubblica. Quella esperienza di governo é stata un’occasione sprecata.
Come pensate di rintuzzare la ventata anti euro che sta iniziando a soffiare da parte del M5s, della Lega, di Forza Italia, dei Fratelli d’Italia, ecc.?
Ci sono due modi. Il primo è far capire bene che uscire dall’euro sarebbe una catastrofe perché nessuno ci presterebbe più soldi, chi ha debiti in euro o altre valute si troverebbe a dover pagare cifre molto più alte per l’inevitabile svalutazione della Liretta, che porterebbe peraltro a nuova inflazione. Ribadire che i nostri guai sono auto inflitti. La spesa pubblica, le mutande di Cota o le feste der Batman non sono colpa della Merkel, né lo è la corruzione, la giustizia lenta o la burocrazia infingarda.
Allo stesso tempo è necessario dare una prospettiva per la quale gli europeisti non siano identificati con i grigi Van Rompuy ma con coloro i quali sono per l’innovazione, meno carico fiscale, la libertà di movimento, la creatività. Due messaggi che devono marciare insieme.
Ma non pensa che la gabbia dell’austerità sui conti pubblici stia contribuendo a strozzare l’economia? E non pensa che la ventata anti-euro possa ammansire i rigidi spiriti teutonici su deficit e debito?
Non dobbiamo ridurre debito e deficit per fare piacere alla Wehrmacht, ma per noi e i nostri figli. Deficit e debito, accoppiati ad una tassazione altissima, hanno soffocato l’economia italiana già vittima dell’inefficienza della PA.

domenica 22 dicembre 2013

ORA AL NEO-SEGRETARIO DEL PD NON BASTERÀ PIÙ PRESENTARSI COME ALIENO RISPETTO AI PALAZZI ROMANI PER VINCERE LE RESISTENZE AL CAMBIAMENTO DEL PARTITO CHE È OGGI PIÙ DI TUTTI GLI ALTRI SOSTANZIALMENTE CONSERVATORE


di Pietro Ichino
Due osservazioni e una conclusione.
Prima osservazione. La forza di Matteo Renzi nasce dal suo essere (oltre che apparire) fuori dai vecchi giochi di un ceto politico che in questi ultimi tempi ha toccato il massimo storico dell’inconcludenza. Per questo lui vuol restare sindaco di Firenze: per conservare ancora per un po’ il suo carattere alieno rispetto ai palazzi romani. Il suo problema, però, è che aliena rispetto a quei palazzi e vecchi giochi non è affatto una buona metà del personale politico del Partito Democratico. Quella, per esempio, che al Governo e in Parlamento in questi giorni sta gestendo nel modo più tradizionale, e più lontano dal programma enunciato dallo stesso Renzi, la vicenda della legge di stabilità.
Seconda osservazione. Il programma sul quale il neo-segretario del PD ha stravinto le primarie presenta assonanze e persino coincidenze evidentissime con la proposta diContratto di Coalizione avanzata da SC al Capo del Governo il 14 ottobre scorso; una proposta che però – temo – nei giorni prossimi faticherà molto a essere fatta propria da quello stesso PD che lui ora guida. Altrettante assonanze e coincidenze si osservano facilmente in diversi punti con il manifesto sul quale si è saldata il 3 dicembre un’alleanza tra SC e una ventina di associazioni liberal-democratiche, tra le quali ALI, Italia Futura, Italia Aperta e LibMov: una aggregazione di gruppi e movimenti anch’essi del tutto alieni rispetto ai palazzi romani e ai vecchi giochi della politica.
Una conclusione. Il neo-segretario del PD farà bene a non sottovalutare quest’altro fatto nuovo della politica italiana, per quanto ancora in fase iniziale di sviluppo. Non sta scritto da nessuna parte che nel futuro prossimo i due fatti nuovi debbano per forza incontrarsi; ma  una cosa mi sembra evidente: su molti punti di cruciale importanza questi due movimenti politici convergono, si propongono gli stessi obiettivi, dicono cose che hanno a ben vedere le stesse identiche radici. Come la vicenda attuale della legge di stabilità sta mostrando, difficilmente Renzi riuscirà a vincere le resistenze interne in atto nel PD contro il movimento da lui guidato, ad attuare per davvero la riforma europea dell’Italia per la quale tre milioni di cittadini l’8 dicembre gli hanno dato il voto, se non valorizzerà questa convergenza. E per il PD il rischio sarà quello di uno stanco ritorno al verboso immobilismo che lo ha caratterizzato in questi ultimi anni.

L’accordo del Wto che vale 1000 miliardi





Lo strabismo italiano rispetto ai grandi temi dell’economia è a volte deprimente. Da mesi mass-media e politici sono concentrati su argomenti quali il balletto sull’Imu e sulle altre impronunciabili tasse locali che graveranno sugli immobili per pagare i servizi forniti dai comuni: si tratta di somme non irrilevanti, ma che pur sempre rimangono nell’ordine dei 2-4 miliardi. Intanto nessuno o quasi si accorge dell’accordo raggiunto il 7 dicembre a Bali, in Indonesia, dai 159 paesi membri della World Trade Organization (Wto), l’organizzazione internazionale del commercio, e che può rappresentare una svolta decisiva per le sorti dello sviluppo mondiale, in particolar modo dei paesi occidentali ed esportatori di manufatti come il nostro. Grazie anche all’azione diplomatica del direttore generale del Wto, il brasiliano Roberto Azevedo, l’intesa consente di semplificare e modernizzare le procedure doganali in essere, favorendo una maggior fluidità degli scambi soprattutto per le piccole e medie imprese le quali, esportando piccole quantità di merci, soffrono in modo maggiore l’incidenza delle spese burocratiche. Secondo il viceministro Calenda (fortunatamente l’Italia ha partecipato ai negoziati con un politico liberoscambista) le stime commissionate dalla stessa Organizzazione del Commercio parlano di un incremento di ben 1.000 miliardi l’anno in più di Pil mondiale grazie alle misure adottate. Un calcolo grezzo ci dice che, poiché l’Italia rappresenta circa il 3% della produzione globale, il vantaggio sarebbe per noi enorme, pure nel caso in cui le stime dei benefici fossero più contenute. Fin qui tutto bene, dunque. Ma cosa deve insegnarci il negoziato appena concluso? Prima di tutto che quando si devono mettere d’accordo troppi paesi, è bene puntare su obiettivi semplici che possono meno facilmente essere ostaggio di tecniche ricattatorie di chi vuol ottenere vantaggi impropri grazie al potere di veto. Basti pensare che Cuba (la cui presenza nel Wto è per me un mistero) ha minacciato di mandare più volte tutto a gambe all’aria se gli Stati Uniti non avessero revocato l’embargo nei suoi confronti. L’India, d’altro canto, ha tenuto tutte le altre nazioni in sospeso finché non ha ottenuto alcune concessioni rispetto alla possibilità di sussidiare i propri prodotti alimentari. Perciò la strada da seguire è quella di intese-quadro su temi non eccessivamente controversi da complementare con i cosiddetti accordi plurilaterali, in cui alcuni paesi si mettono d’accordo per liberalizzare certi settori (tipo i servizi e le tecnologie informatiche) e gli altri si aggiungono piano piano, quando si rendono conto che il rischio di rimanere tagliati fuori è più alto rispetto a quello di aprire le proprie economie. Questo approccio sarebbe utile anche per l’Unione Europea, dove si potrebbe sostituire il faticoso lavoro di emanare direttive e regolamenti uguali per tutti a costo di compromessi pasticciati, con patti plurilaterali tra stati-membri liberalizzatori, ovviamente aperti alla successiva adesione degli altri. D’altronde è quasi certo che se si tentasse tale geometria variabile per imporre regole più “dirigiste” tra chi ci sta, nessuno dei paesi rimasti fuori si vorrebbe aggiungere rinunciando così a godere dei vantaggi della maggiore libertà. In secondo luogo, quando né i trattati generali né quelli plurilaterali sono possibili, anche le intese bilaterali o tra blocchi, come quelle recentemente concluse tra Ue e Canada o Corea del Sud vanno bene. Infatti, se il paese con cui si stipula l’accordo è a sua volta legato ad altri da un patto di libero scambio (vedi il Canada con Messico e Stati Uniti), per la proprietà transitiva si estende l’area di libertà di commercio. Inoltre, per una naturale spinta emulativa, si possono allargare a macchia d’olio i paesi aderenti. E’ quello che è successo con tutti i blocchi regionali: per il timore che l’interscambio si concentrasse tra i pattisti, sempre più paesi hanno chiesto l’adesione o la conclusione di trattati ad hoc (UE e Nafta ne sono buoni esempi) ed altri blocchi hanno promosso intese bilaterali. Si spiega così il rinnovato impegno negoziale tra Europa e Mercosur (America Latina), Europa e Nord America e tra i membri della Partnership del Pacifico (Tpp). Questi sono i temi veri di cui forze politiche serie dovrebbero trattare in vista delle elezioni europee.
da Repubblica.it del 16 Dicembre 2013



sabato 21 dicembre 2013

JOB ACT: SE RENZI CI PROVA DAVVERO DA LIBERISTA NON MI SODDISFERÀ MA SARÀ COMUNQUE POSITIVO


di Oscar Giannino
Riguarda il lavoro, uno dei punti qualificanti del “contratto di governo” al quale il neosegretario del Pd Matteo Renzi subordina il sostegno alla prosecuzione dell’esecutivo Letta e della legislatura. Testi e proposte dettagliate del cosiddetto Job Act ancora non ci sono, la squadra di Renzi ci sta lavorando. Ma è già possibile cercare di capire, basandosi su quanto il leader del Pd ha finora detto. Anche perché in questi anni di proposte e tentativi ce ne sono stati eccome. E poiché nulla nasce dal nulla nelle cose umane, riferimenti concreti si possono fare eccome.
Sin qui, il Job Act sembra mirare a due pilastri essenziali. Il primo è quello di un intervento semplificatore delle – troppe – leggi vigenti in materia di mercato del lavoro. Il secondo è un intervento volto a rispondere all’emergenza acuita da questi anni di crisi, la disoccupazione.
Sul primo terreno, è di solo poche settimane fa l’iniziativa congiunta di due tra i più noti esperti di diritto del lavoro, e ciò che è più apprezzabile è che abbiano opinioni diverse, visto che si tratta di Piero Ichino da una parte, e dall’altra di Michele Tiraboschi, che è stato il punto di riferimento del ministro Sacconi. Entrambi hanno due proposte strutturate, da una parte il Codice semplificato del lavoro predisposto da Ichino, con due disegni di legge depositati: uno sui rapporti individuali e uno sui rapporti sindacali. Dall’altra lo Statuto dei Lavori elaborato da Tiraboschi e Marco Biagi tra il 1997 e il 1998, base per il Testo Unico del Lavoro predisposto nel 2011. L’obiettivo che hanno dichiarato insieme è di lavorare insieme, per una proposta congiunta.
E’ concretamente possibile, ridurre a una settantina di articoli le norme di emanazione nazionale sul lavoro, rispetto alle 35 diverse leggi attuali sulla sola Cassa Integrazione, o alle decine di pagine in materia di apprendistato come di ogni rapporto a tempo parziale. La complessità della normativa italiana sul lavoro fa felici gli esperti dei sindacati e delle associazioni d’impresa, i giuslavoristi e i consulenti. Ma respinge le imprese estere, ed è onerosa per gli adempimenti e interpretazioni richieste a qualunque impresa italiana, a cominciare dalle più microscopiche.
Tuttavia si pone un problema. In passato la Cgil si è sempre detta contraria. E allo stesso modo si sono espressi tanti esponenti del Pd, come Cesare Damiano. In realtà questo è il problema politico di fondo, per il Job Act renziano. Non è un caso che il neosegretario ripeta da sempre che a interessargli è la nuova proposta del Pd, non quella della Cgil che fa un altro mestiere. E’ una posizione netta che va apprezzata, visto che dalla vecchia Cgil cinghia di trasmissione del Pci si è passati, negli anni, al partito cinghia di trasmissione del sindacato. In maniera sempre più netta da quando la Cgil sconfisse D’Alema al congresso del Pds nel febbraio 1997, quando era D’Alema ad attaccare Cofferati in nome della flessibilità.
Questo atteggiamento sarà ancor più necessario a Renzi sul secondo pilastro, l’intervento sull’occupabilità. Su questo, è davvero azzardato parlare senza testi. Ma diversi renziani hanno nel tempo fatto intendere che si tratterebbe di riprendere e modificare l’idea di “contratto unico”, a tutele crescenti nel tempo. L’idea del contratto unico è anch’essa di Pietro Ichino, il caposaldo della sua flexsecurity. Mira a sostituire all’attuale rigido modello, basato su articolo 18 in materia di licenziabilità e al regime Cig (estesasi nel tempo di crisi: ordinaria, straordinaria e in deroga), un sistema diverso in cui le tutele giudiziali restano solo contro i licenziamenti discriminatori. Ma per tutto il resto, man mano che il lavoratore progredisce nel suo rapporto di anzianità, sale per l’impresa un doppio costo certo: quello del numero di mensilità da pagargli come indennità di fine rapporto, insieme alla copertura triennale a percentuali decrescenti – dal 90 al 70% del suo salario – come indennità di ricollocazione. E’ una proposta che abbatte il costo delle imprese, rispetto agli oneri contributivi fissi del sistema Cig, e che presuppone una profonda riforma del sistema del collocamento, oggi totalmente inefficiente.
Il difetto di questa impostazione è che riguarderebbe solo i neo assunti, mentre per i già occupati resterebbe in vigore il precedente sistema. E dunque nel mercato del lavoro – come avviene nel sistema previdenziale, tra sistema retributivo e contributivo – per decenni andremmo avanti con un’asimmetria profonda di sistemi e tutele.
Per dei liberali schietti, come il sottoscritto, sarebbe assai meglio abbracciare questo sistema per tutti, esattamente come sarebbe stato meglio applicare il sistema previdenziale contributivo per tutti e pro rata, sin dalla riforma Dini. Semplificando il più possibile i contratti di lavoro, limitandoli alla sola parte normativa delle garanzie, e lasciando tutto il resto alla contrattazione il più possibile decentrata, aziendale e di produttività. Il che significherebbe, per il sindacato, trasformarsi da una rappresentanza storica delle garanzie a una delle opportunità per il futuro. Una vera rivoluzione culturale.
Ma è inutile illudersi. Se guardiamo alle reazioni che la proposta ha sin qui suscitato, siamo ben lungi da critiche come quelle che avete appena letto. Prevalgono tutt’altri toni. La destra ha sin qui preferito replicare che non c’è bisogno della flexsecurity, perché il contratto d’inserimento dovrebbe essere l’apprendistato. Errore: con la riforma Fornero l’abbiamo – l’hanno – appesantito di oneri e gravami, in nome della guerra ideologica alle imprese che vi ricorrevano – dicevano Pd e Cgil – per risparmiare solo sui contributi, senza fare formazione vera. Quanto alla parte largamente maggioritaria della Cgil e lasciamo perdere la Fiom , il solo accennare all’articolo 18 provoca reazioni feroci.
Ora noi non sappiamo ancora quale tutela crescente nel tempo abbia in mente Renzi, per elevare l’occupabilità e il numero dei neoassunti. Ma una cosa è sicura. Pur coi difetti di un’asimmetria pesante tra già occupati e nuovi, tra il rompere un muro ideologico e alzare gli incentivi ad assumere subito, e lasciarlo in piedi con più disoccupati, è da preferire un segretario del Pd che indichi con coraggio la prima strada. Anche se non è la migliore possibile, un pezzo di bene è da preferire al massimo del male, in un Paese arretrato come il nostro.

mercoledì 18 dicembre 2013

Il reddito di cittadinanza secondo Paperino e Paperone

Liberaldemocratia è un diffusore di cultura liberale e pertanto pubblichiamo volentieri questa striscia della Walt Disney. Noi liberali siamo contrari ad un reddito di cittadinanza esteso a tutta la popolazione. Siamo invece favorevoli ad un sussidio di disoccupazione che andrà a sostituire la Cassa Integrazione, che serve a mantenere in vita aziende decotte e non salvaguarda coloro che vengono licenziati.













Tobin Tax gettito ridicolo, capitali che fuggono. In Parlamento non se ne accorgono.


Quando l'ideologia supera ogni limite. In Italia i parlamentari o non sanno far di conto oppure sono accecati dal furore ideologico, altrimenti non si spiegherebbe perchè una Tobin Tax sperimentale su alcune tipologie di titoli quotati nella Borsa italiana, che ha dato un gettito di 160 milioni contro il miliardo previsto, non solo verrà riconfermata, ma addirittura estesa a tutti gli strumenti finanziari quotati e alle contrattazioni giornaliere. Un particolare sfugge ai nostri cari legislatori, cioè il crollo degli scambi azionari nella nostra borsa. Gli scambi finanziari hanno semplicemente cambiato luogo di contrattazione: in Italia, i volumi di contrattazione sui titoli oggetto della Tobin Tax sono crollati del 62 per cento, mentre a livello generale, solo, si fa per dire, del 12%. Ciò vuol dire, meno lavoro per le società finanziarie italiane (che fino a prova contraria sono uno dei pochi settori che dà lavoro a giovani cervelli) e riduzione del peso, già ridotto, della nostra piazza finanziaria a livello internazionale. Senza contare la perdita di gettito in termini di Ires, Irap e Irpef, visto che fatturati, utili e posti di lavoro del settore sono in caduta libera. Un gioco a somma negativa che in Commissione Bilancio della Camera vogliono estendere il più possibile. E' evidente che i nostri politici vivono in un mondo a parte, non conoscono ad esempio, il numero di nuovi disoccupati che si è iscritto ai vari corsi di trading, per poter continuare a sostenere le proprie famiglie ottenendo un reddito dall'attività di compravendita azionaria e valutaria, fatta a proprio rischio e pericolo. Decine di migliaia di persone che sicuramente non potranno più operare in Italia e che saranno costrette o a fare la fame o a rivolgersi a broker esteri, cercando di eludere una norma che rende impossibile continuare ad operare. Non ci si lasci ingannare dall'esiguità della percentuale, un semplice 0,01% cosa mai potrà portare di danno, si chiedono le persone che non hanno mai avuto a che fare con tale tipo di operatività. Ebbene è come se ad un call center si chiedesse di pagare una tassa per ogni cliente contattato a prescindere dal buon esito della vendita. Così è in borsa o nel mercato delle valute. Si fanno tante operazioni, alcune si chiudono in perdita, altre in guadagno e alla fine l'utile è determinato dal saldo netto. Ma se ogni operazione viene tassata il rischio di operare diventa matematicamente molto più alto del possibile rendimento. Insomma sarà impossibile continuare ad effettuare compravendite in Italia. La scusa ufficiale è che si vuol abbattere la cosiddetta speculazione favorendo gli investimenti di lungo periodo. Peccato che questo concetto tanto bello nella fantasia dei nostri ideologi si riversa nella realtà creando un mercato totalmente illiquido e quindi aumentandone la pericolosità, visto che basteranno pochi scambi effettuati da grandi operatori per condizionare l'andamento di qualsiasi titolo e far perdere denaro al povero cassettista inconsapevole che ha avuto solo l'ardire di lasciare i propri soldi nella borsa italiana. Non ci si aspetta che la popolazione possa comprendere degli argomenti tecnici e le conseguenze di qualsiasi azione maldestra che ogni giorno viene compiuta dai nostri governanti, ma dei parlamentari dovrebbero informarsi meglio prima di schiacciare il bottoncino.

Alessandro Piergentili
Coordinatore Nazionale di Base Liberale

ALI: LE AFFERMAZIONI DI NAPOLITANO SCOPRONO LA DEBOLEZZA DEL GOVERNO


Da Febbraio il Presidente Napolitano ripete ogni due giorni lo stesso avvertimento alla coalizione di Governo: o state insieme o me ne vado. Questo è indice del fatto che ormai siamo in una Repubblica presidenziale senza aver fatto alcuna riforma costituzionale e soprattutto che il governo non è in grado di andare avanti se non sotto minaccia. Un governo che sta in piedi in questo modo è un Governo che non è in grado di fare le minime e più volte annunciate riforme necessarie. Ma è anche un Governo che vive alla giornata. Quindi è urgente approvare una legge elettorale che scongiuri il proporzionale riportato in auge dalla sentenza della Corte Costituzionale; in emergenza ribadiamo di riapprovare il mattarellum, così da evitare che le giornaliere fibrillazioni di questo o di quello portino al disastro completo. Se si vuole andare ad elezioni che lo si faccia con una legge che tenda a garantire un minimo di governabilità.

Silvia Enrico

martedì 17 dicembre 2013

Alleanza Liberaldemocratica per l'Italia