Pensavamo ormai di aver visto tutto con il pietoso balletto dell'IMU e delle sue cuginette TASI, TARES e IUC. Un groviglio apparentemente inestricabile, scaturito dalla promessa elettorale di Berlusconi di abrogare l'IMU sulla prima casa e che non si é ancora risolto a causa della mancanza di copertura dello sgravio fiscale. L'impressione più netta oggi é che il governo sia nel caos, cambi posizione almeno ogni settimana e che invece di tagliare la spesa coprirà con nuove tasse l'ammanco derivante dai minori introiti.
Chi scrive non é un fan dell'abolizione della tassa sulla prima abitazione: ritengo infatti che fosse più urgente abbassare drasticamente l'IRAP e l'Irpef, manovra che avrebbe avuto effetti più espansivi. Una volta che per ragioni eminentemente politiche é stato deciso il taglio dell'IMU, però, non bisognava attuarlo in modo da creare sconcerto nei cittadini.
Tuttavia, non avevamo visto tutto. Nella manovra "Milleproroghe" (come la tradurranno per la stampa internazionale? "The one thousand adjournments decree"? Speriamo che a Capodanno nessuno si interessi di noi...) sono state inserite altre due norme sugli immobili di cui si é molto parlato: il recesso dagli "affitti d'oro" e la proroga degli sfratti sino al 30 giugno 2014 per magioni adibite ad abitazione nei confronti di conduttori con un reddito annuo lordo familiare inferiore a 21.000 euro, residenti nei capoluoghi di provincia, nei comuni limitrofi con oltre 10.000 abitanti e nei comuni ad alta tensione abitativa e che siano o abbiano nel proprio nucleo familiare figli fiscalmente a carico, persone ultra-sessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%, purché non siano in possesso di un’altra abitazione adeguata al nucleo familiare nella regione di residenza.
Gli affitti d'oro sono un classico caso di malcostume italiano: la pubblica amministrazione infatti concede a ciascun suo dipendente una media di 50 mq di spazio contro una media europea di 20 mq. Spende inoltre 1,2 miliardi di euro in affitti quando contemporaneamente ha un'enorme quantità di immobili propri inutilizzati, sottoutilizzati e che a volte versano in stato di degrado. Camera e Senato, in particolare, affittano tre palazzi assai costosi e la società immobiliare proprietaria degli stessi é stata scelta senza nemmeno una procedura d'asta.
Ebbene, preceduta da una simile disposizione già presente nel decreto Salva-Italia del governo Monti, la novella legislativa concede entro il 30 giugno 2014 la facoltà di recedere dai contratti di locazione di immobili da parte delle Pa e di regioni, enti locali e organi costituzionali nonostante qualsiasi clausola contraria contenuta nei contratti di locazione. Il termine di preavviso per esercitare il diritto di recesso è di 180 giorni.
Si tratta di un'aberrazione giuridica per vari motivi. Prima di tutto lo Stato, moderno Principe legibus solutus, rimedia all'incapacità, o peggio, dei suoi funzionari di gestire la cosa pubblica stravolgendo il fondamentale principio della certezza del diritto. Recedo quando pare a me perché io so' io (e chi ha visto il Marchese del Grillo sa come finisce la frase...). Mettetevi nei panni di un investitore o di un fornitore, nostrano e soprattutto estero: con quale tranquillità si può negoziare con un governo che, vittima dei suoi stessi errori, stravolge le regole? Chi affitterà più qualcosa alla pubblica amministrazione a meno che non sia protetto politicamente e quindi al di fuori della logica di mercato?
D'altronde, sono proprio curioso di vedere in sei mesi di tempo cosa saranno capaci di fare quegli stessi tecnici che prima avevano concluso i contratti: recedere? Per andare dove? Avranno già individuato altri immobili convenienti? E i costi di trasloco, diretti ed indiretti (consistenti nella perdita di tempo e qualità del servizio)? Auguri.
La proroga degli sfratti è in linea di principio un altro colpo di maglio alla certezza del diritto. Non solo, come confermano decine di studi, l'intervento del legislatore nel mercato degli affitti ha sempre portato ad una riduzione delle case a disposizione e alla creazione di mercati paralleli e spesso in nero. Basti pensare ad alcuni dati relativi agli anni del famigerato "equo canone", in vigore dal 1978 al 1992, quando vennero introdotti i "patti in deroga". Nel 1971 le case in affitto erano 6.768 mila, nel 1991, nonostante l'aumento della popolazione, erano passate a 4.999mila. Dal 1981 al 1991, secondo i dati del censimento ISTAT le case sfitte passarono da 4,4 milioni a 5,3 milioni.
I più svantaggiati sono esattamente gli strati bassi e medio-bassi della popolazione perché i proprietari, con il timore di non rientrare più in possesso dei loro appartamenti per la lentezza dei procedimenti di sfratto e le proroghe governative, li venderanno o li affitteranno solo a benestanti o li terranno vuoti. E come ennesima beffa, pur essendo il Milleproroghe un esempio di goffaggine giuridica che manda segnali negativi al mercato, secondo alcuni calcoli si applicherà solo a un migliaio di famiglie, lasciando completamente irrisolti i problemi della stragrande maggioranza di chi un'abitazione non ce l'ha o sta per perderla.
"Casa dolce casa" potrebbe essere il motto di questo governo, impegnato peraltro ad evitare soprattutto uno sfratto: il suo.
Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola






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