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lunedì 23 dicembre 2013

Alessandro Dagnino: Sanità, se il pubblico costa come il privato. Il Censis scoperchia il vaso di Pandora

da Omnia Magazine di Valentina Beli

Una Sanità pubblica che costa al cittadino come quella privata. Nonostante il settore benefici del 30% delle risorse statali, -contro l’1,1% della cultura, tanto per avere un’idea- il costo dei ticket è in costante crescita. Gli ultimi dati del Censis parlano chiaro: la quota di spesa coperta dal Ssn è passata dal 65,9% del 2008 al 61% del 2012. La sensazione diffusa tra i cittadini -come registra l’Istituto di ricerca stesso- è che le lunghe liste di attesa e i disservizi siano propri della Sanità pubblica, ma che i costi siano quelli di un sistema privato. Per navigare tra i dati diffusi dal 47° rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese in relazione al welfare, Omniamagazine si è rivolta al professore universitario di Diritto tributario Alessandro Dagnino.



Lunghe liste di attesa
Sanità, gli italiani preferiscono il provato“Partirei da un dato non trascurabile: il sistema sanitario italiano si colloca su una fascia medio alta di qualità. Contrariamente a quanto si possa pensare, facendo il parallelo con il modello privato targato Usa, emerge che negli Stati Uniti, se si escludono le strutture di eccellenza altamente qualificate, il livello medio della qualità del servizio è più basso rispetto al nostro Paese. Sotto il profilo qualità dunque non siamo affatto tra i peggiori, anzi. Tuttavia, sebbene il nostro sistema sia basato sul finanziamento pubblico, la quota dei ticket -come sottolineato dal Censis- è in crescita. La forte pressione fiscale sostenuta dagli italiani dunque non sembra essere sufficiente per garantire un servizio totalmente gratuito e sempre più di frequente l’italiano si affida al privato. Anche in campo sanitario, pertanto, come in altri settori della Pubblica amministrazione, deve registrarsi un notevole assorbimento di risorse finanziarie pubbliche da parte dell’apparato”.
Allora come invertire la rotta?
Ottimizzando le risorse: dal momento che alla prestazione del servizio corrispondono costi sempre maggiori, occorre un’adeguata spending review che corregga le sacche di spreco. Io mi sono sempre chiesto, ad esempio, se il meccanismo dei Drg applicato alla Sanità, mutuato dal modello americano, che è certamente utile a scopi di controllo della spesa, induca però a risparmi effettivi.
Drg, ecco cos’èil sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura, secondo il quale gli interventi vengono retribuiti non più «a piè di lista», cioè in base alle giornate di degenza, ma «a prestazione» in base ad una stima predefinita del costo.
Le strutture sanitarie attraverso questo metodo cercano di fatturare sempre di più, ma attenzione: collegare il conseguimento degli obiettivi all’aumento del fatturato, potrebbe comportare, alla lunga, un aumento del costo delle strutture. Il sistema del drg pare, allora, più adeguato a un modello privatistico come quello americano rispetto al modello pubblico. Credo che questo meccanismo andrebbe ulteriormente perfezionato. Quanto alla riduzione degli sprechi, passi avanti sono stati fatti con le aziende sanitarie provinciali attraverso l’accorpamento delle varie strutture decentrate garantendo in questo modo dei risparmi. Ma ancora c’è molto da lavorare, in primis sul controllo della spesa.
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Cronicità, come andare incontro a chi ha delle patologie senza cura risolutiva, frequenti soprattutto tra gli anziani?
Assistenza è la parola chiave. Il Servizio sanitario nazionale non può fare altro che prendere atto dell’aumento dell’età media: gli italiani fanno sempre meno figli e hanno una sempre più lunga aspettativa di vita. Il sistema italiano vede nella famiglia la risorsa più grande, delegando ad essa le risposte ad una molteplicità di bisogni sociali. Sono tuttavia assolutamente perfettibili le politiche relative all’accompagnamento e agli altri servizi integrativi, che richiedono tempi giurassici e procedure spesso incompatibili con le esigenze dei diretti interessati.
Liberi di curarsi in tutta Europa. Che ne pensa?
E’ una scelta che va assecondata e condivisa, tuttavia non c’è un’adeguata integrazione dei bilanci di tutti i Paesi membri. Ancora una volta la Comunità europea va verso la direzione di unificare i mercati, senza che questo corrisponda ad un avanzamento dell’integrazione politica.
Expo 2015, una vera occasione per il Paese?
Il punto è sapere cogliere le opportunità. Le grandi polemiche che finora hanno accompagnato l’organizzazione dell’evento non promettono bene, ma voglio essere fiducioso. Mi auguro che, come spesso avviene in Italia, nel momento in cui si avvicina all’obiettivo gli italiani siano bravi ad organizzare in un tempo condensato quello che  avrebbero dovuto fare in uno spazio temporale molto più ampio.

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